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Olympiakos finalmente ce l’hai fatta.

E forse il modo migliore per raccontare questa vittoria è partire da tutte le volte in cui sembrava impossibile.

Per anni, guardando l’Olympiakos in Eurolega, la sensazione era sempre la stessa: una squadra enorme, costruita per arrivare fino in fondo, capace di esprimere una pallacanestro spesso superiore a quella di chiunque altro in Europa. Eppure mancava sempre qualcosa. O forse arrivava sempre qualcosa: quel momento preciso, lo psicodramma sportivo che i tifosi avevano imparato a conoscere troppo bene. Un possesso, una rimonta subita, una tripla avversaria, un crollo improvviso. Il colpo del k.o. che spegneva il sogno.

Negli ultimi cinque anni, probabilmente nessuna squadra europea ha avuto una continuità così alta. Nessuna ha giocato così spesso il miglior basket continentale senza riuscire a trasformarlo nel trofeo finale. L’Olympiakos era diventato una presenza costante nelle zone nobili d’Europa, ma anche il simbolo di un’eterna incompiuta.

E allora il dubbio era iniziato a crescere.

Forse non bastavano i grandi nomi. 

Forse giocatori straordinari come Vezenkov, Fournier, Walkup, Dorsey o Milutinov non erano destinati a riportare il club sul tetto d’Europa, tredici anni dopo l’ultimo trionfo. Forse la squadra di coach Georgia Bartzokas era condannata a essere ricordata per il suo basket, più che per i suoi titoli.

Quest’anno, però, qualcosa è cambiato.

L’Olympiakos non è sembrato dipendere da un solo uomo. Non è stato il solito racconto in cui tutto passa dalle mani di Vezenkov. Nei momenti di difficoltà sono arrivate risposte dalla panchina, da una rotazione più profonda, da una squadra che ha imparato a distribuire responsabilità e peso emotivo.

La Final Four ne è stata la prova definitiva.

In semifinale contro il Fenerbahçe, l’Olympiakos ha probabilmente disputato la miglior partita della sua stagione. Una prestazione feroce in difesa, controllata mentalmente, con protagonisti inattesi come Alec Peters e Tyler Dorsey. Non solo talento, ma maturità. Non solo qualità, ma pazienza.

E forse lì si è capito che questa volta sarebbe potuta essere diversa.

Perché arrivare in finale, per l’Olympiakos, non era mai stato il problema.

Il problema era sopravvivere ai fantasmi.
 

C’erano quelli recenti: l’anno scorso, il crollo improvviso contro il Monaco dopo una partenza convincente. Due anni fa, la semifinale persa nettamente contro il Real Madrid. Tre anni fa, il dolore più grande: il +6 a due minuti dalla fine nella finale contro il Real, trasformato in una sconfitta che sembrava destinata a restare per sempre.

E andando ancora indietro: la tripla di Micic allo scadere con l’Efes. La finale persa male contro il Fenerbahçe nel 2017. Quella contro il Real Madrid nel 2015.

Ogni primavera europea aveva lasciato una cicatrice.

Per questo la finale di quest’anno vale più di una coppa.

Perché quando il Real Madrid ha provato ancora una volta a trascinare la partita sul terreno della sofferenza, l’Olympiakos non si è spezzato. Ha inseguito, ha resistito, ha accettato la fatica. E poi ha trovato il colpo decisivo contro il suo rivale storico.

Questa volta, niente crolli.

Questa volta, niente tragedie.

Solo la sensazione di una squadra che aveva finalmente imparato come si vince.

C’è anche un’altra storia dentro questo trionfo. Nessuna squadra capace di chiudere la regular season di Eurolega al primo posto era mai riuscita poi a conquistare il titolo. Un peso statistico che sembrava quasi una maledizione.

L’Olympiakos l’ha spezzata.

Come ha spezzato la sua.

Nel 2012/13 arrivò il terzo titolo europeo, battendo il Real Madrid. Sembrava l’inizio di una nuova epoca. Invece sono arrivati tredici anni di attesa, finali perse, occasioni sfumate, delusioni accumulate.

Adesso il cerchio si chiude.

Di nuovo contro il Real Madrid.

Di nuovo sul tetto d’Europa.

La gioia di Thomas Walkup al termine della finale vinta contro il Real Madrid con il suo Olympiakos

Dopo così tanto tempo, l’Olympiakos non è più la squadra che giocava bene ma perdeva sul più bello. Non è più quella dei rimpianti.

È tornata a essere campione.

E forse, proprio per tutte le sconfitte che l’hanno preceduta, questa vittoria vale ancora di più.

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