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Ettore Messina e Peppe Poeta
Ettore Messina e Peppe Poeta

(di Maurizio Zoppolato)

Tra risultati entusiasmanti (Real Madrid in casa e Panathinaikos a domicilio) e delusioni cocenti, i tifosi milanesi si ritrovano nella ormai pluriennale sensazione dell’alternanza tra sauna finlandese e immersione in lago ghiacciato, senza averne i benefici in termini di salute.

E’ davvero “il giorno della marmotta”, o qualcosa è cambiato, anche in prospettiva futura? 

Sempre che futuro “poetico” vi sia, visti gli strali social che già invocano la cacciata per presunta incapacità.

La “maledizione” del cambio di allenatore

Fino all’anno scorso, allorché la sequenza è stata interrotta da Dusko Ivanovic con la Virtus, nessuna squadra aveva mai vinto il campionato italiano dopo aver cambiato allenatore nel corso della stagione; e salvo errori, nessuna ha mai vinto l’Eurolega avendo sostituito il coach durante l’annata.

Per gli scaramantici, qualsiasi maledizione una volta infranta perde i suoi effetti, sicché non vale la pena di preoccuparsene dopo il tricolore alla Dusko-band. 

Per chi invece attribuisce valore alle statistiche, il dato resta significativo e si può cercare di comprenderne i motivi; una risposta -probabilmente, “la” risposta- è connessa alle ragioni per cui gli allenatori vengono cambiati: la squadra non rende, e allora l’allenatore abbandona o viene esonerato. 

Bene, ma perché una squadra non rende? Semplificando, può essere per carenze strutturali: poco talento, squilibrio tecnico tra i giocatori e/o i ruoli, personalità poco compatibili, limiti fisici o tecnici. Oppure (talvolta, anche) per problemi di “management”: nell’organizzazione del gioco, nella gestione delle risorse, nella gestione dei rapporti interni, nella comunicazione interna ed esterna.

Se queste sono in generale le ragioni che conducono al cambio di allenatore, non sembra che la sostituzione del coach possa avere nessun effetto sulle carenze strutturali, almeno nel breve periodo (cioè, entro la fine della stagione in corso): qualche giocatore può essere aiutato nella crescita, ma per vedere la trasformazione in Avengers occorre l’abbonamento a Disney, non a Skysport.

D’altro canto, anche sulle carenze gestionali l’effetto del subentro di un nuovo coach è contenuto, perché -come sa chiunque abbia da gestire un team, anche in ambienti extra sportivi- la (ri)costruzione dei rapporti interni, del “clima” di gruppo, della leadership nelle gerarchie, richiede tempo. In più, nella frenesia dei calendari attuali, anche introdurre radicali cambiamenti nella organizzazione del gioco e nella gestione delle risorse è quasi impossibile, potendo al più intervenire con adeguamenti e correzioni.

Morale: se una squadra “non gira”, pur cambiando l’allenatore non potrà raggiungere l’eccellenza necessaria per vincere un campionato; anche se certamente qualcosa potrà migliorare, e dal fondo della classifica arriverà a salvarsi o magari a raggiungere i playoff. E la vicenda Virtus-Ivanovic potrebbe rappresentare una eccezione perché comunque la squadra aveva perso la finale della supercoppa solo ai supplementari e in campionato era 7-2 al momento delle dimissioni di Banchi: insomma, la squadra c’era, pur con grandi fatiche in Eurolega, e il cambio ha consentito di fare un passo avanti, magari piccolo ma (in Italia) decisivo.

Numeri e percentuali: sì, qualcosa è cambiato a Milano

In concreto, per capire qual è l’effetto del cambio di allenatore in casa Olimpia, può essere utile qualche dato relativo all’Eurolega.

Contando le gare con Messina in panchina (senza le due in cui Poeta lo sostituì per suo impedimento, e poi spiego perché), il bilancio dice 4 vinte – 6 perse, con una media di 82,90 punti segnati e 83,80 subiti; le percentuali al tiro sono 52,5% da due e 35,8% da tre.

Nelle partite con Poeta sul pino, comprese le due “supplenze”, il bilancio è di 10 vinte e 8 perse, con 86,67 punti segnati e 87,39 punti subiti, e -attenzione- 56,9% da due e 41,8% da tre.

Dunque, la squadra segna nettamente di più e subisce nettamente di più (rispettivamente, 3,77 e 3,59 punti); e non -come erroneamente si ripete- perché sono cresciuti i possessi, che anzi sono addirittura calati, da poco più di 73 a poco meno di 72, ma perché sono cresciute le percentuali, in misura che colpisce: +4,4% da 2, addirittura +6% da tre.

Considerando i punti per possessi, l’attacco è passato da 1,13 a 1,21, con un incremento davvero significativo. Vero, è cresciuto anche per gli avversari, da 1,15 a 1,20: ma mentre nella prima gestione il saldo era negativo (1,13 / 1,15), ora è positivo (1,21 / 1,20), pur dopo la pessima partita con Dubai. 

In sostanza, Milano produce più degli avversari, grazie a percentuali al tiro molto migliori, nonostante siano cresciute le palle perse (+0,6 a partita) e calati i rimbalzi offensivi (-1,5). 

Ettore Messina, a fine novembre è terminata la sua avventura da allenatore all'Olimpia

Bene, ma “cosa è cambiato?

Posto che i giocatori sono gli stessi, e che quindi strutturalmente non sono intervenuti mutamenti, ne possiamo dedurre qualche ipotesi relativa alla gestione. Dove per gestione non si intende “tecnica”, perché non c’è tempo per rivoluzionare i giochi offensivi o i meccanismi difensivi: nelle ultime occasioni, si è notata la tendenza a non “cambiare” in difesa almeno sui primi blocchi avversari, ma per renderlo efficace occorre una preparazione individuale e collettiva che a questo punto della stagione risulta impossibile.

Piuttosto, il cambio pare riguardare la gestione delle risorse e gli aspetti più emotivi.

Così, si tollera qualche lacuna difensiva, per ottenere maggior resa offensiva. Per quanto una parte del pubblico lo critichi molto, è la direzione del basket degli ultimi anni, e soprattutto conta il risultato: se segnando poco il saldo con gli avversari è negativo, mentre segnando tanto è positivo, il secondo approccio risulta semplicemente più proficuo.  

Poi, appare modificata la gestione dell’errore. Da un approccio “vecchia scuola”, per cui l’errore va duramente sanzionato, verbalmente o con richiamo in panchina, si è passati alla più attuale (almeno, nella teoria sui team) responsabilizzazione individuale: hai sbagliato, ma resti in campo e rimedi / eviti di sbagliare di nuovo. 

Per quanto l’impostazione possa disorientare chi è cresciuto e si è formato in altri tempi, sembra alla base del deciso miglioramento delle percentuali: la serenità di poter sbagliare conduce ad aumento dei risultati, mentre la pressione imposta dal tuo stesso allenatore conduce alla direzione opposta. Per avere un altro esempio dei mutamenti in atto, è interessante valutare come stia cambiando l’approccio di un coach considerato “duro” come Jasikevicius, anche nelle sue dichiarazioni relative ai suoi giocatori e al rapporto con loro.

Del resto, anche chi si lamenta che “ai suoi tempi…” lavora più volentieri -e quindi produce di più- con un capo comprensivo piuttosto che con un capo pronto ad urlare e “punire”, o no? 

Per questo, ho ritenuto di includere nelle percentuali relative a Poeta anche le due “supplenze”: apparentemente, il mutamento è di approccio nei rapporti, e non tecnico, per cui le due direzioni di Poeta contano comunque.

Peppe Poeta, la sua Milano è diversa

Sì, ma le rotazioni?

In questa stessa prospettiva si possono leggere le scelte su Totè e Lorenzo Brown, nelle spiegazioni fornite da Poeta.

Il primo, pur a fronte della promessa di maggior spazio in campionato, “ha chiesto di essere ceduto”; il secondo, retrocesso a cambio di Ellis e con minutaggio limitato, “non era contento”.

Ecco, nella prospettiva di perseguire la serenità del team e quindi di avere miglior produttività, si espongono chiaramente i ruoli, e poi non si trattiene chi ne è scontento.

Certamente un sacrificio, che può anche costare qualcosa in periodi di emergenza; ma un investimento interno in prospettiva.

Allo stesso modo sembra impostata la gestione delle rotazioni, con indicazioni esplicite su chi gioca e quando. Sarà da vedere se Poeta riuscirà ad ampliarle all’interno del singolo match, avendo a disposizione più risorse con il rientro degli infortunati, ma intanto l’impostazione tra Eurolega e campionato appare chiara. 

Quale futuro?

Per la stagione in corso, valgono le premesse: una squadra che “non gira” ha limiti strutturali che non possono essere superati con il cambio di guida tecnica. 

Certamente, è cambiato l’approccio gestionale, e qualche risultato ne è conseguito. In prospettiva, la diversa impostazione potrebbe incentivare l’arrivo di giocatori con aspirazioni di crescita individuale o comunque attenti al “clima” della squadra (vedi i segnali già lanciati da Melli); e con l’arrivo di giocatori più funzionali al modello di basket di Poeta, l’Olimpia potrebbe giovarsi anche in termini di risultati della maggior serenità trasmessa dal coach.

Ovviamente, non si può prevedere se Poeta sarà un allenatore ottimo, buono, nella media o anche sotto, per gli standard dell’Eurolega. Non ha un ruolo facile, considerato che in Eurolega ci sono vari “mostri sacri” accanto ad ex giocatori straordinari come Spanoulis o il già citato Jasi, e lui non ha certo un palmares straordinario né in campo né da coach.

Credo però che, non solo guardando le cifre, le premesse siano molto più positive di quanto appaia al tifoso medio (giustamente) deluso dai risultati.

 

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