Peppe, il Poeta a cui è probabilmente mancata la prosa
L'Olimpia Milano ha esonerato Peppe Poeta. Dentro i motivi di una scelta a questo punto quasi inevitabile.
Peppe Poeta non è più l'allenatore dell'Olimpia Milano.
Il comunicato dell'Olimpia è arrivato nel pomeriggio di ieri a chiudere l'esperienza sul pino milanese dell'uomo scelto dalla società come successore di Ettore Messina, dopo essere subentrato proprio all'ex President of Basketball Operations alla fine dello scorso mese di novembre.
Un anno, i successi e le cadute di Poeta a Milano
Meno di un anno da capo allenatore, tre trofei nazionali su tre in bacheca, una prima Eurolega nemmeno malaccio ereditando le macerie del suo predecessore, una seconda stagione pessima da qualsiasi punto di vista, coi risultati logica conseguenza di una cifra tecnica espressa bassissima.
Peppe Poeta ha vissuto un anno intenso sulla panchina biancorossa, ancor più duro se si pensa che era soltanto alla seconda esperienza da head coach dopo l'ottimo periodo bresciano.
L'Eurolega è competizione che di recente ha macinato dei “mammasantissima” come Obradovic, lo stesso Messina, Laso, Itoudis e tantissimi altri, spesso alle prese con definizioni come bolliti o inadeguati, se non addirittura gestori non adatti ad allenare. Non stupisce minimamente che oggi triti un esordiente.
Detto che resto sempre in attesa che mi venga spiegato con logica cosa vuol dire gestire e non allenare in un ruolo che oggi ha componenti psicologiche anche superiori a quelle tecniche (giocano quasi tutti uguale, cosa ci sarà mai da inventare?), Peppe ha voluto fare a modo suo, non ha voluto snaturarsi e quando ha cercato di farlo per necessità o disperazione è stato forse troppo tardi ed il mondo che lo circondava ha scoperto che non era più lui.
«Ha perso il sorriso e la sua positività, le caratteristiche che lo rendono diverso dagli altri» mi raccontava un giocatore che lo conosce bene e l'immagine della conferenza stampa post Valencia dice tutto: testa tra quelle mani che si muovono nervosamente alla ricerca di un oasi sul viso che non c'è più, parole tanto difensive quanto negative, accenni ad un mercato che si pensa possa essere l'ancora di una salvezza irraggiungibile.

Le ragioni di un esonero: perchè Poeta non allena più Milano?
«Non si è un vero allenatore finché non si viene esonerati almeno una volta». Sentita mille volte, forse nulla di più vero.
Ricordiamo un dettaglio, che deve essere chiaro: Peppe Poeta è stato una scelta della proprietà del club, non di Ettore Messina come è stato detto erroneamente da molti.
Nessuno mi toglie dalla testa che l'assurda situazione creatasi nell'estate 2025, quella in cui si applicò l'etichetta con la data di scadenza alla gestione Messina indicando già Peppe come suo successore in panchina dalla stagione seguente ha rappresentato un'anomalia mai vista in precedenza nello sport che, come facilmente pronosticatile, ha portato solo problemi. Ed oggi forse si chiudono gli effetti di quella mossa incomprensibile e senza alcuna logica sportiva o comunque gestionale in generale.
Quindi, ci sono colpevoli ed innocenti, carnefici e vittime in questa vicenda che si chiude in un piovoso pomeriggio di novembre?
Equilibrio è la parola chiave, soprattutto nel commento.
Poeta ha commesso diversi errori, lo sa lui che è persona intelligente, come si è capito da quanto accaduto sul campo ed evidentemente lo ha notato anche un club che aveva riposto in lui fiducia totale. Non è il primo allenatore che sbaglia, non sarà l'ultimo, tuttavia vi sono parecchie ragioni per cui la sua gestione vada apprezzata, anche oltre i risultati arrivati che non sono un miracolo nel panorama non eccelso nazionale ma che non possono essere sminuiti.
In primis le attenuanti che derivano da un disastro precedente e se oggi ci si lamenta di quanto fatto sul mercato (e qui sono solo parzialmente d'accordo) è bene guardarsi in giro per l'Europa, ascoltare l'opinione di dirigenti, agenti e giocatori che porta ad una triste verità: gli ultimi 4 anni milanesi hanno fatto sì che da queste parti non ci volesse venire più nessuno dei protagonisti principali, se non pagati ben oltre il proprio valore.
Ed allora ci vuole programmazione, fiducia e pazienza: ci vogliono tre anni di lavoro per riportare l'Olimpia sulla carta geografica del basket europeo di valore. Se non lo si accetta si andrà avanti come in queste sciagurate stagioni.
Non va inoltre dimenticato che la Milano sul mercato di Poeta non è quella che poteva andare da Hines, Datome, Melli ed il Chacho con un portafoglio senza fondo: oggi si lavora su quel mercato con almeno la metà delle altre squadre di Eurolega che dispongono di finanze superiori.
Da lì, forse le indecisioni, i sogni che nemmeno arrivano all'alba, le scelte che a marzo paiono straordinarie ed a fine ottobre hanno ben altra parvenza, il tutto, anche questo deve essere detto, con l'allenatore ad esprimere il giudizio definitivo sul sì e sul no, come dicono i contratti a Milano.
E' un passaggio chiave: chi è arrivato a Milano lo ha fatto con la totale approvazione di Poeta e se TJ Shorts, il vero obiettivo del Coach, non ha mai nemmeno preso in reale considerazione l'idea di accasarsi sul Naviglio, se Carlik Jones guadagna una cifra che per Milano oggi non esiste, se Alessandro Pajola ha dato la sua disponibilità troppo tardi dopo lunghi tentennamenti c'è poco da fare. Radio mercato ha parlato di Matthew Strazel, Justin Robinson e di Cole Anthony come possibilità della scorsa primavera, alcune molto, molto solide, gente che oggi forse avrebbe cambiato il destino del Coach e della sua Olimpia, ma allora si è detto di no. Colpevolmente? Forse, ma chi non sbaglia mai nella scelta dei giocatori? Guardate gli abbagli di molti allenatori con decenni di esperienza in Eurolega…
Peppe ha portato una ventata di aria nuova importante, soprattutto nella prima parte del suo lavoro, facendo rivedere un po' di sereno a chi viveva circondato da nuvoloni oscuri da troppo tempo ma alla fine tutto ciò non è bastato.
E' un allenatore di talento, avrà tempo e modo di dimostrarlo anche in futuro, magari facendo tesoro di questa esperienza nel senso di smussare qualche angolo del proprio ego.
Sì, l'ego. Non alleni se non ce l'hai oltremodo sviluppato, se non credi fermamente ed oltre ogni limite nella tua pallacanestro, ma arriva un momento, per i Coach come per ognuno di noi nella vita, in cui devi riporre almeno momentaneamente una parte di quelle certezze per fare spazio ad un consiglio altrui, per accettare la necessità che il tuo lavoro ti propone anche se diversa dalla tua indole.
«Non sono capace di non essere così». Quante volte lo ha detto Poeta in questi mesi? Tante, forse troppe, per alcuni perfino giustamente. Ma se diversi dei tuoi protagonisti rendono in maniera inaccettabile sul campo (nulla da dire sul fuori, sia chiaro) con un'attitudine vergognosa (vedi la gara col MaccabI) allora è necessario “essere diversi da ciò che si vorrebbe” ed entrare sotto pelle ai giocatori con durezza verbale e pretesa in ogni dettaglio tecnico. Non è essere diversi, è rispettare quel senso di urgenza che la situazione richiede.
«You have to fuck them, otherwise they will fuck you!» E' l'opinione di un grandissimo allenatore riguardo al rapporto coi giocatori ed è il più grande messaggio che Peppe porterà con sé da questa esperienza.
Esperienza che si è chiusa male, ed è un peccato, ma che comunque non si può assolutamente definire come fallimento.
